Alla scoperta del quartiere ebraico di Apecchio

Situato ai piedi del Monte Nerone, nella Provincia di Pesaro e Urbino, ai confini tra Marche, Umbria e Toscana, Apecchio ha visto passare lungo le sue strade antichi popoli: Piceni, Umbri e Celti, Etruschi e Romani. Le prime tracce scritte riguardanti il borgo, però, risalgono al Medioevo e precisamente al 1077, grazie alla testimonianza di un documento che certifica la dominazione su di esso da parte del Vescovo-Conte di Città di Castello.

Nella metà del XV secolo i Conti Ubaldini si trasferirono ad Apecchio, nel sontuoso palazzo fatto costruire dal conte Ottaviano II su progetto dell’Architetto Francesco di Giorgio Martini, e di fatto fecero entrare il paese nel Ducato di Urbino, pur mantenendone l’autorità. La nobile famiglia Ubaldini governò su Apecchio e le terre circostanti per circa tre secoli lasciando in eredità ad Apecchio un notevole numero di monumenti, chiese, opere d’arte e palazzi gentilizi che impreziosiscono ancora oggi il centro del paese.

Comunità ebraica ad Apecchio

Dalla seconda metà del 1400 fino al 1631 visse ad Apecchio una piccola comunità ebraica. Chi da via XX Settembre, si immette in via Gramsci, sul lato sinistro può ancora vedere ciò che resta del quartiere ebraico che era formato da casette basse dove vivevano circa una ventina di famiglie che si riunivano in preghiera nella sinagoga. Nel 1631, a seguito della devoluzione del Ducato di Urbino alla Santa Sede, gli ebrei furono trasferiti nei ghetti di Pesaro, Senigallia e Ancona.

Negli Statuti che il conte Ottaviano Ubaldini della Carda dette al “Castello” di Apecchio nel 1492, sono riportati alcuni capitoli che disciplinavano le attività svolte dalla piccola comunità ebraica apecchiese, formata da una trentina di persone. In tali norme veniva fissato il saggio di interesse sul prestito di denaro che non poteva essere superiore al 12% per i cittadini locali e al 18% per quelli forestieri, si stabilivano i giorni in cui gli ebrei potevano tenere aperto il banco e come gli stessi potevano procurarsi la carne kasher, cioè adatta per essere consumata.

Il forno del quartiere ebraico

In questa zona del centro storico si trova un vecchio forno a legna che ha la caratteristica di avere la volta bassa, adatta per la cottura del pane azimo, cioè non lievitato, tipico della tradizione ebraica. Il pane azzimo doveva essere cotto nel forno della sinagoga, sotto lo sguardo attento e il controllo del rabbino per assicurare che non venissero impiegati cibi lievitati.

Usato per la cottura degli alimenti sino ai primi degli anni Sessanta, è sprovvisto di canna fumaria; il fumo, che fuoriusciva dalla porta e dalla finestra, ha lasciato tracce ancora visibili sulla parete esterna. Il forno degli Ebrei era uguale a quello egizio, di piccole dimensioni perché la legge ne imponeva la distruzione nel caso vi cadesse sopra qualcosa di impuro.
Il pane era sacro per gli Ebrei ed aveva un valore trascendente.

Adiacente al forno è ancora conservato il piccolo cortile dove gli ebrei celebravano la Festa delle Capanne (Sukkot).

Il vicolo ebraico, uno dei più stretti d’Italia

Vicolo ebraico

Questo famoso vicoletto, lungo 28 m e largo da 37 a 42 cm, separa il quartiere ebraico dal resto del paese. Venne costruito per sfuggire al pagamento di una ingente gabella (dieci ducati annui) decretata dal Papa Giulio III nel 1552, riguardante le sinagoghe e le case degli ebrei costruite attaccate a quelle dei cristiani, somma che andava a finanziare il mantenimento degli istituti che a Roma ospitavano gli ebrei convertiti. 

Il vicolo serviva a separare la sinagoga e le case degli ebrei, da quelle dei cristiani, solo così non si incorreva nel pagamento della tassa imposta dal Papa.

Non perdete la visita al famoso ponte a schiena d’asino!

Se deciderete di venire ad Apecchio, non perdetevi l’occasione di passeggiare sul Ponte romanico a schiena d’asino. Si tratta di un ponte costruito con un’unica arcata, di epoca tardo-medievale, posizionato sul fiume Biscubio, nella parte bassa del paese, ed anticamente unica via d’accesso al borgo. Per evitare che i carri pesanti trainati dagli animali, per effetto della salita tornassero indietro, lungo il selciato sono stati sistemati dei cordoli di pietra a lisca di pesce.

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